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I 15 racconti d'amore più belli

Posizione 14





Sono passati quasi sette anni dal giorno in cui ci siamo conosciuti, è successo quasi per caso, grazie a un bambino di otto anni che ora ne ha quattordici e ha appena iniziato il liceo. E' stato strano leggere i biglietti attaccati ai pali: Federico e Alessandra, oggi sposi. E' stato strano scegliere l'abito bianco, è stato strano camminare per la navata della chiesa, è stato strano vederlo lì, davanti all'altare, mentre mi aspettava. Non avevo il velo, non avevo damigelle che mi sorreggevano uno strascico del tutto assente. Non avevo una pettinatura perfetta, non avevo mezzo chilo di trucco sulla faccia, non avevo inutili fiori tra le mani. Tutto quello che mi serviva, quel giorno, mi stava aspettando in fondo alla chiesa. L'unica cosa necessaria il giorno del mio matrimonio mi aveva infilato un anello al dito e mi aveva baciata alla fine della cerimonia. Non è importante come andò il banchetto, o quanto fu straordinaria la prima notte di nozze, o la seconda, o la terza. Ciò che conta è il giorno in cui lui, circa un anno dopo, rientrò a casa, la nostra casa, alle sei. Preparò la cena per entrambi e, mentre questa cuoceva nel forno, si sedette sul divano, di fianco a me. "Buon compleanno amore" mi disse, dandomi un lungo bacio. Dalla tasca estrasse un foglietto di carta che recitava poche parole, stese velocemente con una penna stilografica. L'inchiostro era un po' sbavato, ma la scritta era ancora leggibile: "Ti amo". Dal giorno in cui mi aveva chiesto di sposarlo, ogni giorno mi aveva lasciato a casa bigliettini come quello. Io uscivo e, mentre ero fuori, lui ne approfittava per entrare e lasciarmi i biglietti. Dopo un paio di settimane avevo iniziato ad uscire apposta. Non che mi servissero dei bigliettini per saperlo, né la cosa mi emozionava particolarmente. Ma mi faceva sorridere. E adoravo sorridere ogni volta che ne trovavo uno. Anche quel giorno sorrisi. "Sono quasi sette anni che ci conosciamo e adesso siamo sposati, eppure continuo a non sapere cosa regalarti." mi disse ridacchiando. "E dire che dopo sette anni pensavo che avresti capito che non mi piacciono i regali." risposi imitandolo. "I miei genitori e Nicola hanno un regalo per te, però." continuò, poi la sua voce si fece più seria. "E tu sei mia moglie, quindi ho dei diritti e dei doveri verso di te. Tu potrai anche non volere un regalo e io potrò anche non sapere cosa comprarti, ma c'è una cosa che vorrei darti, c'è qualcosa che vorrei per tutti e due." disse. "Ricordi quando ti ho fatto la proposta di matrimonio? Temevo che tu non accettassi perché eravamo ancora giovani, perché pensavi che non era il caso a quell'età, che non fossi ancora certa di voler stare con me completamente. Ora non ho più quel dubbio. Non ce l'ho più da quando mi hai detto -lo voglio-. Ma c'è ancora una cosa per cui forse è troppo presto... ma anche in questo caso, ti giuro, io non ho dubbi." Iniziai a capire a cosa si riferisse, anche se non ne ero certa. Ma se avevo ragione, e pregavo per averla, quello sarebbe potuto essere uno dei giorno migliori della mia vita. Se avevo ragione potevo lasciarmi alle spalle la paura provata durante il giorno. Se avevo ragione non mi sarebbe più importato niente di avere venticinque o ventisei anni. "Sono incinta" dissi quasi senza accorgemene. Mi ero lasciata trasportare dai miei pensieri e, prima che lui potesse finire il suo dicorso, glelo confessai. Lui quasi spalancò la bocca e i suoi occhi si sgranarono come mai mi era capitato di vedere. Una reazione che mi aspettavo e che non sapevo come interpretare. "T-tu..." balbettò. "Sei in...in...incinta?" chiese senza fiato. Annuii. "Insomma...a-aspetti un...bambino? Adesso?" annuii ancora, ma questa volta mi scappò un sorriso. Era davero buffo. "Cosa devo fare? Insomma...la gravidanza, il parto...fa male? Voglio dire...partorire...e il mal di schiena? La nausea?...le voglie? Cosa devo fare, come mi devo comportare..." continuava a biascicare. A quel punto mi lasciai andare ad una risata piena. "Ehi, calmati." sorrisi. Mi era inevitabile. "Sono io ad essere incinta, non tu. Tu devi solo prepararti a notti insonni e pannolini, e non contestare come sceglierò di chiamare nostro figlio" dissi. Lui fissò i suoi occhi nei miei e mi guardò con la stessa espressione di quando avevo accettato di sposarlo. "Nostro figlio..." sussurrò, impregnando quelle due semplici parole di un affetto infinito. Poi mi strinse a sé e iniziò ad accarezzarmi i capelli, stringendomi la mano nella sua. "E' da quando ho capito di amarti che mi sento sempre come se fossi sulla vetta del mondo. Poi mi hai detto che anche tu mi amavi, e allora ho iniziato a scalare anche i cieli. E cinque anni dopo ti ho chiesto di sposarmi e tu hai detto sì, e allora nemmeno il sole era più troppo in alto. Ma ora... ora so che non ci sono confini al come si può sentire un uomo. Non ho mai creduto che un matrimonio e un bambino potessero rendermi così felice. Li ho sempre visti come qualcosa che mi incatenava, come qualcosa che poneva fine alla mia indipendenza per entrare nel mondo dove essere marito e padre significa non potersi più divertire davvero, essere legati ad una e una sola scelta per tutta la vita. E guardami ora: con te ho trovato tutto. E ti desidero, ti voglio e ti amo così tanto che niente sarà mai abbastanza per legarmi ancora più profondamente a te. Una volta mi hai detto che ti sembrava di vivere in un film. Capisco ciò che intendevi: le mie stesse parole sembrano le battute di un copione. Quindi voglio dirti una cosa: questo non è un film, questa è la realtà. E io non faccio che dire la verità. In un film, gli attori non sentono mai quello cva in situazione come quelle che recitano. Lo interpretano, ma non lo provano. Io sì. Questa è la realtà. Una fantastica realtà." Sì, questa è la realtà. Lo posso giurare davanti a Dio. Questa è la realtà, e la bambina che sento scalciare nel mio grembo me lo ricorda ogni giorno di più.

~ Alessandra ~

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