Home » Società » Mondo » Isis: le atrocità nei confronti delle ragazze yazide

Isis: le atrocità nei confronti delle ragazze yazide

Una pulizia etnica di dimensioni storiche e donne e ragazze di etnia yazida ridotte in schiavitù e messe incinte per creare nuovi combattenti del Califfato

Isis: le atrocità nei confronti delle ragazze yazide

Violentate, umiliate, sfruttate. È la triste sorte che da mesi ormai tocca donne e ragazze di etnia yazida per via della campagna di pulizia etnica portata avanti dallo Stato Islamico al fine di spazzare via ogni traccia di abitanti non arabi e non sunniti nell'Iraq nordoccidentale. Una pulizia etnica di dimensioni storiche di cui oggi, giorno in cui si ricorda una delle più atroci stragi razziali che abbia mai toccato il genere umano, vale la pena parlare più che mai.

È la storia di donne stuprate, vendute, regalate o date in sposa a combattenti dello Stato islamico nel nord dell’Iraq; donne costrette a convertirsi all’Islam e messe incinte al fine di «creare una nuove generazioni di combattenti del Califfato». È la storia di donne che hanno cercato di ribellarsi a questa violenza, fisica e psicologica, e che spesso hanno pagato questa ribellione con la propria vita.

Le testimonianze
Il Corriere della Sera ha pubblicato un reportage sulla vita di queste donne rimaste incinte dei loro violentatori jihadisti. Alcune hanno deciso di sacrificare la vita del figlio guidate dalla paura che potesse crescere come un terrorista, rinunciando così alla gioia di mettere al mondo una nuova vita. Esisteva un'alternativa al sacrificio di innocenti creature? Sicuramente sì, ma quando si ha il terrore negli occhi è umano desiderare che in questo inferno non debba viverci nessun altro, men che mai un bambino.

«I medici qui a Dohuq mi hanno detto che ero incinta di già oltre tre mesi. Era troppo tardi per la pillola del giorno dopo. Non ci ho pensato sopra due volte e ho abortito immediatamente, nonostante le possibili complicazioni mediche. L’uomo che mi ha violentata di più, tra altri quattro, si chiamava originariamente Alexander, un kazako cristiano 37enne convertito all’Islam col nome di Abdullah. Non ci picchiava come invece in genere fanno gli uomini iracheni. Però diceva che voleva un figlio maschio da me per educare una nuova generazione di combattenti della guerra santa. Sono tanti a pensarla come lui tra i volontari stranieri di Isis». Sono le parole di Hana Ali Haji, 25 anni, originaria del villaggio di Al Kojo. La ragaza, catturata il 3 agosto, è riuscita a fuggire verso fine dicembre, rifugiandosi in uno dei villaggi profughi.

La storia di Hana è solo una delle migliaia che si verificano ogni giorno in Iraq senza che nessuno, nel mondo occidentale, muova un dito per cambiare le cose. Sono storie di donne a cui è stato negato ogni diritto, anche quello della parola. E allora è giusto che questa parola gliela diamo noi che ancora abbiamo la possibilità di farlo.

 

Le parole di Fakria
Ci sono anche donne che, fortunatamente, hanno avuto una sorte lievemente migliore ma che hanno comunque voglia di condividere ciò che è accaduto nei mesi di prigionia per far capire, a chi non ha occhi per vedere, l'atrocità di ciò che sta accadendo in un mondo non così lontano da quello in cui viviamo.

«Io non sono rimasta incinta - racconta Fakria Badal Halaf, 18 anni, violentata ripetutamente dal 3 agosto da un solo uomo - ma se fosse avvenuto, non avrei esitato a impiccarmi o tagliarmi le vene, come hanno fatto tante altre ragazze sin dai primi giorni in quell’inferno. Il nome di battaglia del mio violentatore è Arkan, oppure Abu Sarkhan, ha 35 anni, è un sunnita di Mosul. Mi diceva che se fossi stata carina con lui non mi avrebbe passato ad altri, come è la regola tra loro. Ogni volta che noi abbiamo le mestruazioni si prendono una pausa e cercano di venderci ad altri gruppi. Ma lui mi ha tenuta. Diceva di non avere altre donne. Però ho scoperto che era sposato con due figli di uno e tre anni. Allora mi ha portato da sua moglie Sabrina, 21enne. Lei è andata su tutte le furie. Lo ha aggredito, mi ha dato della prostituta. Ma quando le ho spiegato che ero stata presa con la forza siamo diventate amiche, ha vietato ad Arkan di toccarmi, poi mi ha prestato il suo telefonino. Ho chiamato il mio fidanzato a Dohuq e segretamente abbiamo architettato la mia fuga. Ora lui dice che mi sposerà anche se non sono più vergine».

Di Francesca Ferrandi © Riproduzione Riservata
CONDIVIDI

LASCIA UN COMMENTO


GOOGLE ADS


Accedi con facebook Accedi con google



Hai dimenticato la Password?
Non sei ancora iscritto?

Ricordami