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Sindrome da selfie: quando ritrarsi di continuo diventa patologico

Si chiama “selfite” e secondo gli esperti ci sono ben tre forme di questo disturbo moderno di cui molti sono affetti. Ma cosa si nasconde dietro a questa mania?
  Di Bianca Fracas - PsicoSessuologa

Un'equipe di psicologi dell'Università di Nottingham e della Thiagarajar School of Management in India, ha effettuato uno studio sulla sindrome da selfie esaminando il fenomeno attentamente.
La ricerca, pubblicata sul Journal of Mental Health and Addiction  mette in evidenza l'esistenza di tre forme di questo sintomo. La “selfite” può essere cronica, acuta o borderline, e in ogni caso è la spia di un disturbo narcisistico di personalità.

Sondaggio e definizioni
L'indagine effettuata dal team di specialisti ha preso in considerazione un sondaggio svolto su un campione di 400 persone indiane. In questo Paese, infatti, c'è il più alto numero di morti legate a scatti pericolosi e gli indiani sono anche tra gli utenti più attivi sui social.
Esaminando i dati raccolti è emerso che la sindrome da selfie è cronica quando un individuo ha un bisogno incontrollato di scattarsi foto di continuo. E a tale bisogno, segue la necessità di postare le foto su facebook o instagram più di 6 volte al giorno.
Le persone che, invece, rientrano in una categoria borderline si fotografano almeno 3 volte al giorno ma non necessariamente pubblicano sui social.
Infine la “selfite” viene considerata acuta quando gli individui si fanno moltissimi autoscatti per poi renderli tutti visibili.



Una forma di malattia?
L'Apa, l'associazione psichiatrica americana, ritiene che scattarsi immagini di continuo per poi pubblicarle è una forma di malattia, tanto che ha definito questo fenomeno Sindrome da Selfie (sebbene non sia ancora presente nel manuale diagnostico dei Disturbi Mentali, DSM).
Non tutti gli specialisti sono però d'accordo perché tra l'ossessione di riprodurre di continuo la propria immagine e il disturbo psichico può esserci un abisso.
Per prima cosa è necessario distinguere se gli scatti hanno come obiettivo quello di mostrare se stessi, il luogo in cui ci si trova o un prodotto (come nel caso degli influencer).
Inoltre se ci si ritrae da soli o in compagnia di amici, parenti o partner.
Quello che può essere maggiormente considerato patologico è il bisogno di pubblicare ogni immagine in attesa dell'approvazione del mondo social.
La mancanza di riconoscimento attraverso un certo numero di “like” può indurre un senso di frustrazione soprattutto in soggetti con bassa autostima che ricercano continuamente gratificazioni.


Un bisogno più che un disturbo
Cosa si nasconde dietro ai continui scatti pubblicati a qualunque ora del giorno e della notte?
Più che di disturbo si può parlare di bisogno di mostrare agli altri ciò che vorremmo essere o di far vedere la nostra parte migliore.
Tutto ciò si collega al narcisismo se gli scatti vengono condivisi, mentre se l'ossessione del selfie non viene ma tenuta solo per sé, può nascondere la dismorfofobia.
In tal caso, infatti, fotografarsi di continuo è un modo per ricercare difetti ingiustificati ed il cellulare e le immagini scattate fungono da specchio.

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