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Quarantena e distanziamento rendono il cervello meno empatico

I danni da Covid-19 sono ormai certi non solo da un punto di vista fisico ma anche mentale. In questo caso non è tanto il virus ad avere influenze sulla psiche umana ma le condotte utilizzate per evitare di contrarlo. Isolamento e distanza possono rendere meno empatici

Quarantena e distanziamento rendono il cervello meno empatico

Il termine empatia deriva dal greco “En” che significa dentro e “pathos”, sofferenza ed è il termine usato per spiegare la capacità che un individuo ha di mettersi nei panni di un altro, capendo il suo stato d'animo, il suo dolore o la sua gioia.
Questa dote si sviluppa durante l'infanzia e permette di connettersi con gli altri, creare legami sociali e relazioni senza le quali non potrebbe esistere una comunità ma solo un insieme di persone disconnesse tra loro.
Purtroppo la società moderna è sempre meno protesa a capire gli altri e negli ultimi mesi quarantena, distanziamento sociale e restrizioni causate dal Coronavirus stanno rendendo il cervello sempre meno empatico.
A sostenere questa affermazione non sono solo psichiatri e psicologi ma anche alcuni studi sull'attività cerebrale.


Credits: Foto di @AhmadArdity | Pixabay
L'isolamento spegne l'affettività sociale
La capacità di immedesimarsi nei panni degli altri risiederebbe in un'area specifica del cervello, la corteccia prefrontale, definita anche cervello sociale.
I ricercatori della Stanford University analizzando diverse risonanze magnetiche hanno scoperto che in questa zona cerebrale le persone immagazzinano amicizie vere e amori.
Si è scoperto che negli individui che vivono isolati in montagna con pochi contatti umani o nelle persone depresse questa area del cervello è pressochè inattiva.
Nella
ricerca intitolata “La rappresentazione di noi stessi nel cervello sociale” i professori Andrea Courtney e Meghan Meyer della Stanford University , hanno analizzato il cervello di 43 persone (uomini e donne con età compresa tr ai 18 e i 47 anni) mentre gli veniva chiesto di pensare prima a se stessi, poi a 5 persone a cui erano legati ed infine a 5 conoscenti o personaggi pubblici.
Tramite tecniche di neuroimaging i ricercatori hanno potuto confermare che più le persone pensavano a sé o a individui a loro cari maggiore era l'attivazione della corteccia prefrontale che invece era disattivata al pensiero di sconosciuti.


Credits: Foto di @Tumisu | Pixabay
Lockdown e distanziamento sociale
Negli ultimi mesi in cui per forza di cose siamo stati in qualche modo obbligati a restare parecchio tempo da soli o distanziati le aree cerebrali della socialità si sono disattivate.
Il cervello sta diventandosempre meno empatico dal momento
che la lontananza fisica nega la vicinanza emozionale che non può essere colmata dal virtuale.
In questa fase storica manca la condivisione delle sensazioni e la comunicazione sul proprio sentire perché ognuno è “catturato” dal proprio”io” dimenticandosi degli altri.
Ma bisogna fare qualcosa perché oggi più che in altre situazioni si ha bisogno di vicinanza emotiva e di empatia e non dobbiamo dimenticarci delle altre persone,anzi!
Pertanto, se notiamo di essere disconnessi e distanti dagli altri, cerchiamo di allenare l'empatia occupandoci di qualcuno, focalizzando l'attenzione quando gli altri ci parlano e raccontano di sé e dedicandoci a lettura e arte, attività che stimolano la corteccia prefrontale.


Di , © Riproduzione Riservata
TAG  coronavirus  
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