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Autolesionismo

Farsi del male volontariamente è spesso l’espressione di un “cortocircuito interno” che avviene quando si pensa di non farcela ad affrontare il mondo. Pare che a procurarsi delle ferite indelebili sul corpo, siano sempre più ragazzi giovani. È sufficiente un fallimento scolastico, una delusione, un litigio, a generare rabbia, frustrazione e tristezza. Queste emozioni echeggiano nella mente fino ad ingrandirsi a dismisura e a trasformarsi in angoscia insostenibile.


In alcuni giovani “insospettabili” la tristezza, la rabbia e la frustrazione echeggiano nella mente fino ad ingrandirsi a dismisura e a trasformarsi in angoscia insostenibile. A questo punto procurarsi un dolore fisico sembra essere l’unico modo per smettere di pensare e di soffrire con l’anima.


Chi si ferisce
Secondo un recente studio, circa il 20% dei malati psichiatrici ha praticato l’autoferimento, ma quello che è allarmante è il fatto che tantissimi adolescenti “normali”, ben inseriti socialmente, apparentemente sereni, ricorrono a questa pratica nei momenti di grande sconforto.
I ragazzi che si feriscono sono molto giovani, di solito intorno ai 13-15 anni avviene il primo episodio, ed è più una pratica femminile che maschile. Di solito questo comportamento viene abbandonato con l’età adulta, anche se a volte può degenerare in malattie più pericolose, come i disordini alimentari o la tossicodipendenza. Solitamente la ricerca del dolore fisico è un momento privato e intimo, spesso nascosto anche agli amici e che provoca molta vergogna.


Cosa esprimono le ferite?
Il desiderio di lasciare un segno sul proprio corpo è antico e diffuso in tutte le culture, ma perché un adolescente si procura del male? Perché arriva ad aggredire se stesso al punto di lasciarsi cicatrici permanenti? Le risposte sono tante, e ovviamente dietro ad ogni persona c’è una motivazione.
Spesso comunque ciò che una persona ricerca dietro all’autolesionismo, è la scarica di endorfine che il cervello produce in seguito ad un dolore fisico intenso, secondo altri il taglio rappresenta il desiderio di tagliare i contatti con il mondo, oppure è un modo per rappresentare le ferite dell’anima. Talvolta può anche essere solo il tentativo di attirare l’attenzione su di sé. Tuttavia la psichiatria non definisce l’autolesionismo una malattia, ma una soluzione, un modo non sano che i giovani trovano per acquietare la loro angoscia.
Cutting
Le pratiche frequenti
I modi per ferirsi sono diversi e in genere ogni ragazzo ne predilige uno e lo pratica in maniera quasi esclusiva. Tra i gesti utilizzati ci sono:
-    Tagliarsi o incidere la pelle con coltelli o lamette
-    Bruciarsi spegnendo sigarette sulla pelle, o con oggetti di metallo resi incandescenti
-    Abradere la pelle con lime per unghie o strumenti simili
-    Scavare o torturare le ferite con le unghie
-    Strapparsi i capelli
-    Tatuarsi da soli
Autolesionista
Cosa fare?
È raro che un genitore si accorga che il proprio figlio ha questo tipo di disagio, anche perché è un gesto talmente lontano dalle logiche del buon senso. Un genitore, comunque, dovrebbe insospettirsi se scopre sul corpo del figlio cicatrici “improbabili”, come segni di bruciature di sigarette o tagli paralleli su braccia e gambe. È importante che l’adulto non assilli il figlio, meglio parlare con sincerità, dichiarando di aver colto il suo disagio, ma evitando giudizi e senza chiedere spiegazioni.

Di © Riproduzione Riservata
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