
L’Italia sta vivendo una “seconda pandemia”, silenziosa e diffusa, che riguarda la salute mentale. Nel 2024 gli italiani che convivono con un disturbo rientrante nel DSM-5 superano i 16 milioni, il 28 % della popolazione adulta, con un balzo del 6 % rispetto al 2022. Ansia e depressione restano le diagnosi guida – rispettivamente 6 950 e 5 365 casi ogni 100 000 abitanti – ma preoccupano l’avanzata a doppia cifra di disturbo bipolare e schizofrenia.
I Dipartimenti di Salute Mentale registrano 854 040 assistiti l’anno (quasi 80 000 in più del 2022) e oltre 1 570 accessi quotidiani ai Pronto Soccorso per crisi psichiatriche. Nei giovani fra 18 e 24 anni le richieste di aiuto sono salite del 45 % dal post-Covid, mentre tra gli universitari un terzo dichiara sintomi d’ansia e oltre un quarto depressione.
La domanda di cura corre più veloce dell’offerta: il personale pubblico nei servizi territoriali è sceso sotto le 41 000 unità, quasi 1 000 operatori in meno in un solo anno, e mancano psicologi in almeno il 30 % delle sedi. Risultato: due milioni di persone rinunciano alle terapie per liste d’attesa, costi o timore dello stigma, mentre i ricoveri in SPDC tornano a crescere dopo un decennio di calo. L’ISS avverte che soltanto un terzo dei pazienti riceve un trattamento adeguato, un dato che rischia di incrinare il primato, conquistato con la legge Basaglia, di un’assistenza comunitaria invece di manicomiale.
In questo scenario ecco l’irruzione del sostegno psicologico a distanza. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha destinato 1,5 miliardi di euro alla telemedicina: entro il 2025 dovrà assistere da remoto almeno 300 000 italiani, integrando una Piattaforma Nazionale di Telemedicina con i sistemi regionali. Parallelamente il “Bonus Psicologo” – stabilizzato dal 2025 con 9,5 milioni di euro l’anno e fino a 50 € a seduta – ha raccolto oltre 400 000 domande in tre mesi, segnale di un bisogno esploso che il canale digitale contribuisce ad intercettare.
L’offerta privata corre ancora più veloce: principali piattaforme (https://gam-medical.com/), dichiarano complessivamente più di 200 000 utenti attivi e oltre quattro milioni di sedute erogate, grazie a un network di oltre 7 000 professionisti con tariffa media di 49–59 €. Non si tratta solo di videoconsulti individuali: alcune Regioni (Lombardia, Emilia-Romagna, Puglia) hanno già sperimentato tele-psichiatria integrata nei CSM, con follow-up a domicilio per i pazienti fragili e cartelle condivise con il medico di famiglia. La stessa farmacia dei servizi ospita stanze per televisita e psicoterapia breve, mentre nelle scuole superiori i progetti “Sportello digitale” permettono colloqui anonimi via chat o app. Nel 2024 le prestazioni telemediche complessive hanno superato quota 900 000, +172 % in un anno secondo l’Osservatorio Health Italia, e circa un terzo riguarda il benessere psicologico.
I benefici sono evidenti: riduzione dello stigma grazie alla “distanza protetta”, accesso agevolato nelle aree interne dove un CSM dista anche 60 km, migliore continuità terapeutica per chi studia o lavora all’estero. Ma non mancano le criticità: la privacy dei dati, i modelli di remunerazione per gli psicologi, e il rischio di un doppio binario che lasci al privato i casi a bassa complessità e al pubblico quelli cronici e costosi.
Per trasformare l’emergenza in riforma servirebbero quindi tre mosse.
Primo, portare la spesa per salute mentale al 5 % del Fondo Sanitario Nazionale, come già raccomandato dalla Conferenza Stato-Regioni. Secondo, far convergere il “digitale leggero” delle startup con la rete di Case della Comunità prevista dal DM 77/2022, creando hub ibridi dove la prima visita può essere in presenza e i controlli online. Terzo, investire in alfabetizzazione digitale per operatori e pazienti, perché la tecnologia riduce le disuguaglianze solo se tutti sanno usarla.
Il trend demografico e gli stressori socio-economici raccontano che l’onda dei disturbi DSM-5 non si abbasserà presto; eppure l’Italia, patria dell’approccio di comunità, dispone già di leve normative, fondi PNRR e creatività imprenditoriale per aprire la “terza via” tra studio privato e ospedale: la cura psicologica diffusa, accessibile con un click ma radicata sul territorio. Passare da sperimentazioni isolate a una strategia nazionale significherebbe prendere finalmente sul serio questo problema delle condizioni mentali diffuse e restituire dignità alla salute mentale come diritto di cittadinanza.
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