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Parto indotto, quando è necessario intervenire?

In quali occasioni è necessario indurre il parto?

Parto indotto, quando è necessario intervenire?

Anche se la cosa migliore, sognata da tutte le mamme, è poter dare alla luce con un parto naturale, ci sono dei casi in cui per la sicurezza di mamma e bimbo è consigliabile indurre il parto.

Cosa si intende per parto indotto?
Si parla di parto indotto quando per  stimolare l’inizio delle contrazioni del travaglio e l’accorciamento del collo dell’utero si ricorre a un trattamento farmacologico, normalmente ossitocina.

Come si svolge un parto indotto?
Innanzitutto si verifica con un’ecografia che il nascituro sia pronto per venire alla luce e si monitorizza il battito cardiaco. In questa occasione si valuterà anche la posizione del bebè e della placenta. Dopo aver verificato il grado di dilatazione, se necessario si procede con l’induzione del travaglio, che può avvenire o con la somministrazione di ossitocina o con l’applicazione di un gel a base di prostaglandine. In alcuni casi si può procedere manualmente alla rottura del sacco amniotico, ma questa pratica potrebbe portare ad aumento del rischio di infezioni.

Credits: Foto di @pixabay | Pexels


In che occasioni è necessario indurre il parto?

  • Rottura prematura della placenta: normalmente la cosiddetta rottura delle acque è sufficiente per scatenare in poche ore l’inizio del travaglio e la dilatazione del collo uterino. Ci sono casi però in cui questo meccanismo naturale si arresta mettendo a rischio la salute del neonato che non è più protetto dal liquido amniotico dentro la placenta.
  • In questi casi di solito si somministrano antibiotici alla mamma per evitare possibili infezioni e se in 12/24 ore non inizia il travaglio in modo naturale si induce con ossitocina.
  • Gravidanza che si prolunga eccessivamente: se si supera la settimana di gravidanza 41 e non comincia il travaglio si induce il parto per evitare che il bambino cresca troppo dentro all’utero e sia poi più difficoltoso il transito per il canale del parto.
  • Malattie materne: se la mamma soffre di ipertensione o diabete (specialmente di tipo I) è consigliabile indurre il parto, per evitare che ne risenta la salute del bebè. Anche patologie renali, cardiache, polmonari o epatiche possono giustificare la scelta di indurre il parto.
  • Presenza di meconio nel liquido amniotico: se il liquido amniotico si presenta di colore verdastro significa che il bebé ha già espulso il meconio (le prime feci) all’interno dell’utero. In questo caso si induce immediatamente il parto perché potrebbe essere il sintomo di una sofferenza fetale.
  • Preeclampsia: in questo caso prolungare la gravidanza potrebbe comportare seri rischi per la mamma.
  • Incompatibilità di RH: anche in questo caso si induce il parto per prevenire possibili fattori di rischio sia per la mamma sia per il bimbo.
  • Crescita intrauterina ritardata: se il feto interrompe il normale processo di crescita all’interno dell’utero significa che per qualche motivo non si nutre in maniera corretta. In questo caso è meglio indurre il parto per poterlo alimentare e consentirgli uno sviluppo normale.

Credits: Foto di @inspiredimages | Pexels


Al contrario ci sono casi in cui, per vari motivi, il parto indotto è controindicato perché potrebbe mettere a rischio la salute del nascituro o della mamma:

  • Nei casi di placenta previa, dove cioè la placenta sta bloccando il canale del parto.
  • Se il cordone ombelicale sta uscendo dall’utero per via vaginale.
  • Se il bebè è grande o non è posizionato correttamente.

In questi casi di solito si opta per un parto cesareo.

Di © Riproduzione Riservata
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