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Affrontare la morte del bambino alla nascita

Come gestire e superare la perdita di un figlio in gravidanza o poco dopo il parto.

Affrontare la morte del bambino alla nascita

In Italia sono più di 2000 i bimbi che muoiono ogni anno al termine della gravidanza e più di mille quelli che muoiono subito dopo il parto.
Si tratta quasi sempre di gravidanze serene, senza problemi particolari e in cui gli esami di routine sono sempre stati positivi.

Eppure accade, spesso nell'incredulità dei genitori, dei parenti e amici, e soprattutto ci si sente abbandonati e spiazzati di fronte ad un evento al quale proprio non si pensa.

In questo articolo vorremmo dare alcune informazioni utili su come provare ad affrontare questo tristissimo momento.


Il lutto perinatale
Il concetto di lutto perinatale non è esistito nel vocabolario fino al 2006, perchè molti, gli operatori sanitari in primis, hanno sempre pensato che, come tutti i lutti, dopo un periodo di elaborazione potesse venire superato. In realtà ciò accade, ma in alcuni casi è un trauma che ci si porta dietro per tutta la vita, a discapito della coppia, degli altri figli e della serenità.
Essere genitori è un percorso che inizia dal primo momento in cui si scopre la gravidanza; è un processo irreversibile e, una volta iniziato, non è possibile per quel genitore regredire ad uno stato psichico precedente di non genitorialità. Perdere un bambino durante la gravidanza o il parto significa interrompere bruscamente questo percorso fatto di sogni, progetti e fantasie.
La morte spezza un legame fisico, ma non può eliminare quello psichico, perciò è fondamentale riuscire ad elaborare il lutto con l'aiuto di psicologi, medici e psicoterapeuti.

La legge italiana
La legge italiana definisce nato morto un bambino che abbia superato le 28 settimane di gestazione al momento del parto e in questo caso vige l'obbligo di registrazione presso l'anagrafe e ha tutti i diritti che spettano a qualunque essere umano di essere sepolto e di avere una cerimonia funebre.
Inoltre, un decreto legge impone l'autopsia su tutti i bambini morti in utero, con lo scopo di ricercare la presenza di eventuali malformazioni o malattie genetiche.

Il parto
A partire dalla sedicesima settimana, anche in caso di feto morto, si procede con l'induzione del parto spontaneo. Viene preferita questa modalità rispetto al cesareo perché ci sono migliori garanzie per la salute della mamma, consentendole un recupero psicofisico migliore e più veloce.
Durante il travaglio è molto importante che la donna possa stare in compagnia di una persona fidata, con la quale condividere questa esperienza struggente nel miglior modo possibile.
E' fondamentale che la donna durante il parto sia lucida, proprio per poter esternare la propria sofferenza, incredulità e dolore. La sedazione, parziale o totale, generalmente viene sconsigliata perché essere svegli in questa fase aiuta a poter superare ed elaborare il lutto in modo migliore.


Vedere o no il bambino
La decisione di vedere o meno il bambino nato morto dopo il parto è del tutto personale. Le ragioni principali per cui spesso i genitori rifiutano l'incontro con loro figlio è perchè provano paura, rifiuto, fastidio e a volte rabbia perché il piccolo non è più in vita. Al momento della diagnosi e del parto si vive un'estrema confusione e un senso di irrealtà. Poi, con il passare dei giorni, ci si rende pian piano conto e il dolore affiora più chiaro.
Se i genitori non riescono proprio ad avere un confronto diretto con il bambino, sarebbe importante che almeno qualcuno della famiglia lo vedesse, in modo che mamma e papà un domani possano chiedere com'era.

Di © Riproduzione Riservata
TAG  aborto  
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