L'infanzia, età di giochi e spensieratezza, purtroppo però non è vissuta così da tutti i bambini. Vediamo le possibili cause del malessere nei più piccoli.
La fanciullezza si immagina sempre come un periodo felice e sereno, in cui apparentemente non dovrebbero sussistere problemi; questa però è una visione poco critica e reale di uno dei momenti di crescita dell’essere umano, poiché invece anche nella più tenera età si è esposti a piccoli traumi, disagio, senso di inadeguatezza, tristezza e solitudine.
Le cause di tutto ciò possono essere ricercate o imputate a diversi fattori, sia ambientali sia familiari, come ad esempio carenza di corretta attenzione da parte delle figure genitoriali, contesto scolastico problematico e conseguente difficile inserimento, mancanza di giusti spazi per giocare, poco contatto con la natura motivato da scarsi spazi verdi e aree gioco idonee ecc. In alcuni Paesi poi la situazione è purtroppo seriamente critica dato che molti bambini non riescono a vivere la loro infanzia nel modo corretto poiché sono obbligati a lavorare, oppure vivono in condizioni di abbandono.
Save the Children ha prodotto un atlante dedicato alla situazione in Italia, legato a diversi temi dell’infanzia, per evidenziare le diverse forme di disagio minorile.
Grazie a questa importante ricerca siamo a conoscenza che esistono nel nostro Paese circa 10 milioni di bambini, un numero basso rispetto al confronto con gli ultrasessantenni. Di questo numero il 17%, cioè quasi 2 milioni di bambini, vive in condizioni di povertà, mentre un 8% vive in condizioni di povertà estrema, ovvero senza la possibilità quotidiana di avere beni di prima sussistenza. Il 65% si trova la Sud, il 14% al Nord e il 10% al Centro Italia.
Molti bimbi sono sfruttati nel lavoro nero minorile, passano ore a lavorare, non hanno tempo di poter pensare al gioco e spesso perdono giorni a scuola. In queste situazioni la condizione di solitudine è molto forte, poiché si trovano a vivere in ambienti non consoni alla loro età, fatti da persone adulte non interessate a loro se non che per il profitto economico che ne può derivare. Il lavoro irregolare coinvolge più di 30.000 bambini stranieri che abitano in Italia (albanesi, rumeni, nordafricani), in condizioni di non protezione e sicurezza.
In tutto questo quadro, in cui la povertà purtroppo ne è la caratteristica principale, accompagnata da un senso di solitudine opprimente da parte del bambino che vive l’abbandono, il lavoro con disagio quotidiano, si deve affiancare anche la condizione economica molto diversa dei bambini “ricchi”, ma che hanno in comune con quelli poveri la stessa solitudine, un vero paradosso!
Bambini facenti parte di famiglie agiate, benestanti, frequentanti scuole private con una situazione economica che li protegge dalla fame, dalla miseria, dalla sporcizia, ma non dal sentirsi soli, spesso abbandonati anche se con due figure genitoriali solo fisicamente presenti.
Qui subentrano i dati di Telefono Azzurro, che mette in rilievo un numero crescente di telefonate di bambini con la “voglia di parlare con qualcuno”. Il problema in questo caso non è appunto la mancanza di soldi, di giochi, di tate, ma di persone con le quali instaurare un dialogo, uno scambio reciproco di affetto.
Mi viene in mente un cartone animato che si chiama Fantagenitori, in cui un bambino di circa 9 anni, Timmy Tunner, trascorre la quasi totalità del suo tempo con i suoi fantagenitori, cioè genitori provenienti da un mondo fantastico, e in loro assenza con Vicky, una baby sitter tremenda e malefica. I suoi genitori sono sempre troppo impegnati o nel lavoro o in svaghi del tutto personali e non trascorrano mai del tempo con lui. Mi chiedo allora: quanti Timmy esistono nella nostra società? Il problema è che nella realtà non esistono nemmeno fantagenitori per farli uscire dalla solitudine e svagarli con giochi e chiacchierate spiritose.
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